Design e cibo si uniscono in questa TABULA[non]RASA. 
Progettata e curata da
studio.traccia. questa installazione mette in connessione design e spreco alimentare, come un primo tentativo di discutere un tema più ampio: la possibilità di un’architettura non estrattiva. Invitati a questo tavolo sono ricercatori, designer e aziende il cui lavoro sta attualmente esplorando nuove strade in quella direzione. Il tavolo è l’oggetto simbolo di condivisione, di aggregazione e di conversazione, specialmente in Italia dov’è il cibo stesso a svolgere una funzione estremamente sociale. Un punto di riunione, in cui ritrovarsi con una presa di coscienza però un po’ brutale: non si può prescindere dalla propria responsabilità personale e non si possono pensare ora strategie per il futuro ripartendo da zero. Bisogna partire da quello che esiste, fisicamente, sempre. Una TABULA[non]RASA quindi, che incarna il principio di un nuovo paradigma, ma che e’ realizzata in tutte le sue parti da scarti e rifiuti alimentari. Un tavolo, formato da una serie di tavoli indipendenti ma allo stesso tempo complementari: un’insieme di singoli che insieme formano un’entità più grande – fondamentalmente una società. E’ una cena interrotta o una che deve ancora iniziare? Sono entrambe. E’ una fine e anche un inizio, ma soprattutto e’ una trasformazione. Stoviglie realizzate con scarti di cibo e materiali organici, ideati da diversi designers internazionali, animano la conversazione, riportano il focus sulla ricerca e ci raccontano di una nuova logica circolare.

                                   
TABULA[non]RASA

E' una dichiarazione di intenti.
E’ un impegno.
E’ un dovere.

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L’uso di rifiuti organici per la creazione di nuovi materiali che possano sostituire quelli tradizionali, frutto di pesanti processi estrattivi è solo una delle possibili vie che vanno urgentemente esplorate. È un modo di mettere in relazione due problemi separati, che insieme hanno invece la capacità di produrre soluzioni reciproche, e di generare al contempo effetti positivi a livello sociale, economico ed ambientale. Trovare alternative allo sfruttamento di risorse limitate è uno dei campi di ricerca piu esplorati forse dell’ultimo decennio, ma per quanto riguarda il settore delle costruzioni il cambiamento deve essere piu radicale, deve partire da piu a fondo, vista la complicata rete di relazioni che connette questo campo al resto della societa’ e dei suoi attori economici. Per rendere possibile questa transizione ad ampia scala è necessario un ripensamento di tutti i meccanismi della pratica architettonica, dell’edilizia, del design, della pianificazione, ma anche (e soprattutto) del finanziamento, degli agenti governativi, legislativi ed economici. Se da un lato bisogna favorire lo sviluppo e la crescita di pratiche alternative, dall’altro occorre disincentivare quelle insostenibili, come ad esempio l’eccessiva mobilità delle merci. Occorre essere pronti a mettere in discussione il proprio ruolo nella societa’ in quanto professionistioperanti in un settore che da solo e’ responsabile di quasi il 40% delle emissioni di carbonio globali. E questo mettersi in discussione deve tradursi in uno studio approfondito di tutto il complesso meccanismo delle parti che ruotano attorno all’architettura, che riveli come mutarne gli ingranaggi per produrre un modello diverso di sviluppo, dove il fine ultimo non sia l’accumulo smisurato di capitali ma una società in equilibrio con se stessa e con il pianeta. La tecnologia è ormai totalmente inestricabile da ogni aspetto della nostra esistenza, per cui l’approccio dovrebbe, da un lato, guardare alle geotecnologie, dall’altro sviluppare quadri geopolitici, al fine di garantire che i nostri futuri cicli metabolici siano effettivamente socialmente sostenibili. Questo sarà possibile solo in un contesto con un diverso tipo di istituzioni, che operi su scala planetaria. L’idea di un Architettura Non Estrattiva, che metta in discussione l’accettazione della creazione di esternalità* è oggi un paradigma necessario. E nonostante occorrerà del tempo, in cui bisognerà immaginare nuovi modelli di sviluppo ed acquisire nuove consuetudini, l’invito a discuterne e ad ipotizzare soluzioni diverse deve accadere ora. Il ruolo che il design deve avere d’ora in poi, dovrebbe essere quello di tradurre la consapevolezza ambientale emergente in risposte informate e collaborative. La responsabilità personale è sempre il primo passo verso qualsiasi forma di cambiamento, motivo per cui abbiamo ritenuto importante rivolgere la nostra attenzione, e la vostra, a questo tema.

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Il top del tavolo è realizzato con MOGU, un innovativo materiale bio-organico costituito da un composito di resina a base biologica e biomasse di basso valore, come colture di mais, paglia di riso, fondi di caffè esauriti, alghe di scarto e conchiglie.

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I designers e le aziende la cui ricerca sta attualmente esplorando nuovi materiali realizzati con scarti alimentari e che partecipano al progetto sono:

BASSE STITTGEN | CRAFTING PLASTICS! | EMMA SICHER | MALAI |
MIDUSHI KOCHHAR | MOGU | NEWTAB-22 | ORANGE FIBER | REPULP | RICEHOUSE

Ogni anno circa il 20% del CIBO prodotto nel mondo per il consumo umano (pari a 931 milioni di tonnellate) viene perso o sprecato. Per capirci meglio... Immaginate un autocarro da 40 tonnellate (40.000 kg) completamente carico. Ora immaginatevi 23 milioni di questi autocarri Se messi in fila indiana, attaccati l’uno all’altro, compongono un nastro lungo 7 volte l’intero diametro della terra (più o meno 264.000 km). Il peso di quei 23 milioni di veicoli è pari a quello di tutto il cibo che ogni anno, globalmente, viene sprecato o gettato. Ogni anno circa il 30% dei rifiuti prodotti dall’intera UE proviene dal mondo del DESIGN, dell’ARCHITETTURA e delle COSTRUZIONI. Si continua ad estrarre e produrre in un sistema lineare TAKE-MAKE-WASTE che opera secondo l’assunzione ormai decisamente obsoleta che considera il pianeta una fonte infinita di risorse. La maggiorparte degli sprechi alimentari avviene all’interno delle proprie case. Sul totale di circa 931 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti, il 61% avviene nell’ambito privato, il 26% nella ristorazione e il 13% nella vendita al dettaglio. Sono quindi i comportamenti personali (viziati da un sistema societario consumistico) che vanno rivisti. La nostra attuale cultura usa e getta, la costante ricerca di novità e il consumo amplificato delle ultime tendenze prodotte dal nostro stesso sistema hanno incoraggiato attivamente una eccessiva estrazione delle risorse e una sovrapproduzione incontrollata, contribuendo alla creazione di un numero sempre crescente di rifiuti. La maggior parte delle attuali attività di “bio-valorizzazione” dei rifiuti alimentari genera prodotti di valore medio-basso come biogas e compost. Visto l’impressionante volume, non sarebbe interessante se i rifiuti organici delle nostre città potessero fornire la materia prima per prodotti di alto valore contribuendo cosi alla costruzione di un nuovo paradigma fondato su una bioeconomia circolare zerowaste? Il design ha da sempre un ruolo fondamentale nel facilitare visioni alternative, promuovere cambi di narrativa e descrivere scenari futuri che favoriscano nuove idee, le quali, sedimentandosi diventano nuove abitudini. I rifiuti sono abbondanti ed economici, le risorse tradizionali sono limitate e costose. Perchè non trasformare il problema nella soluzione? Se i rifiuti divenissero le nostre nuove risorse?

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L'intero tavolo racconta una storia di circolarità: questi nuovi materiali innovativi usati nella realizzazione di bellissimi oggetti descrivono un nuovo possibile paradigma in cui le risorse non vengono esaurite, ma reinvestite in un nuovo ciclo metabolico. Un nuovo materialismo che inventa nuove narrazioni e costituisce il terreno comune delle nostre rinnovate relazioni con il pianeta. E ancora di più, un tavolo di discussione che renda visibili, gli invisibili flussi di rifiuti, non in modo condiscendente ma con una proposta positiva dove sono effettivamente possibili logiche diverse e circolari.

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